mercoledì 5 marzo 2008

L' inferno - seconda parte

Le catacombe di Porta Palazzo
INCHIESTA di LODOVICO POLETTO
Gli abusivi riparano auto, vendono pane e sigarette di contrabbando

Il meccanico in tuta verde se ne sta lì piegato sulla Punto dello stesso colore. Cofano aperto e mani che trafficano con chiavi a stella. Poi si alza, posa un pezzo sul marciapiede. Ne prende un altro dalle tasche della tuta sempre più unta e riabbassa la testa sul motore. Via Andreis, angolo via Noé è ancora Porta Palazzo. È la vecchia «Porta Pila», con le case un po’ sbrecciate e i negozi multietnici. Qui, lavorano i meccanici clandestini di Porta Palazzo. Ragazzi maghrebini che riparano le auto dei loro connazionali a prezzi da vera concorrenza rispetto ai meccanici ufficiali. Non ha insegne il meccanico che non c’è, ma ha una sede. Che poi è dentro un garage a due passi da lì. I ferri li hanno mesi dentro i cassetti di legno di una credenza Anni ‘70: pomelli di vero finto ottone e formica che riveste il truciolato. Eccoli qui i fantasmi di Porta Palazzo, gente normale, che s’inventa un lavoro e campa con quel poco che guadagna. Dribblando le leggi, pagando le multe quando li scoprono e riaprendo subito dopo l’attività. Sono meccanici, certo. Ma sono anche panettieri, che impastano e preparano il pane che la sera e la domenica verranno venduti in strada dagli abusivi. Un borsone di pane, una cassetta stracolma di mentuccia, assenzio ed altre spezie. La panetteria clandestina, però, non l’hanno mai trovata. E chi sa dov’è ben si guarda dal dirlo agli sconosciuti. I depositi dei pezzi di ricambio, invece, li hanno smantellati nel tempo i vigili urbani, facendo sequestrare vecchie auto - rottami - abbandonate lungo le strade. Se serviva un faro, o un pezzo di ricambio i meccanici che non esistono andavano lì, lo smontavano e lo piazzavano sull’automobile da riparare. Fantasmi che lavorano, in un limbo tra il legale e l’illegale. Fantasmi che sognano una vita onesta, ma poi si arrabattano con quello che c’è. Tra loro e i venditori di sigarette di contrabbando c’è una bella differenza, non c’è dubbio. Questi ultimi li trovi sotto l’orologio, all’ingresso del mercato alimentare coperto, mimetizzati tra la folla di chi va a comprare pesce e salumi dagli ambulanti con furgoni motorizzati. Arrivano verso le 10. Hanno zaini stracolmi di stecche di Marlboro rosse e Light: tre euro il pacchetto. Non si fanno sconti a nessuno, non si tratta su nulla: «Questo è il prezzo, se non ti va te ne vai». Sono romeni i nuovi contrabbandieri: il capo indossa un giubbottino di pelle marrone e un cappellino di lana. I suoi giannizzeri hanno piumini, zainetti e modi spicci. Hanno preso il posto dei napoletani e dei pugliesi degli Anni ‘70 e 80, hanno soppiantato gli storici Pollicino, Figuzza e Manuzza. Nomi indimenticabili per i fumatori che volevano risparmiare sulle sigarette d’importazione, ma anche per quelli della Guardia di Finanza che davano loro la caccia. Questi si chiamano Nicolae, Georghe, Dimitru: non fanno amicizia con nessuno. Vivono di diffidenza: qualche volta li hanno presi i carabinieri e i vigili urbani. Hanno sequestrato i tabacchi e li hanno multati. Altro non si poteva fare. A duecento metri da lì, dall’altro lato di corso Giulio Cesare ci sono gli altri fantasmi. Quelli più pericolosi, più infidi, più viscidi: i ricettatori. Se ne stanno tra l’edicola e l’inizio della rotatoria: sono italiani e stranieri. Comprano di tutto dai tossici che gravitano in zona: telefonini, borse, orologi e tanti gioielli. Qualche giorno fa i vigili urbani hanno arrestato un maghrebino che aveva appena scippato della catenina un turista, residente in Michigan. Quando lo hanno perquisito in tasca aveva altre sei collanine. Tutte frutto di rapine, tutte destinate ai ricettatori: quelli che adesso, con enorme nonchalance si voltano e a passi svelti, ma poi neanche più di tanto, si confondono con la folla. Tre secondi e si materializza il pattuglione interforze: polizia, carabinieri e vigili urbani che girano tutta Porta Palazzo, cercando di scoraggiare i malintenzionati. Con i ricettatori ci riescono, e bene. Perché il loro, si sa, è un mestiere a rischio e un tossico in astinenza farebbe di tutto per vendere il più rapidamente possibile il frutto del suo colpo. Sfiderebbe anche gli uomini in divisa, per farsi dare una manciata di banconote da spendere subito in eroina. I ricettatori preferiscono non rischiare, e se ne vanno, per un po’. Poi fintamente indifferenti, torneranno, resteranno lì fino al pomeriggio alle 3. Quando, per chissà quale strana ragione, cederanno il posto ai «cabò», i taxisti clandestini: nigeriani e senegalesi. Altri fantasmi, verrebbe da dire. La piazza non può farne a meno.

Nessun commento: