giovedì 20 marzo 2008

Liste pulite

Ecco alcune informazioni trovate e riportate dall'ironico Travaglio...

martedì 11 marzo 2008

Inno verdano

In periodo di campagna politica, durante la pubblicazione delle liste con le candidature, scelte dai partiti, e non dalle persone, in giorni in cui il cosiddetto Popolo delle Libertà candida Ciarrapico, uomo che non rinnega il fascismo, tanto da far imbarazzare lo stesso Fini, volevo dedicare un post ad un partito diciamo "folkloristico", che ci da tanta visibilità all'estero, e ci fa fare sempre belle figure: la Lega Nord. Non ho bisogno di tante spiegazioni, mi basta citare una sarcastica e pungente canzone di Caparezza, l'Inno Verdano, dell'album Habemus Capa. Eccola, con video non ufficiale annesso. Spero vi rendiate conto di quanto certe persone siano pericolose...

'Imbraccia il fucil, prepara il cannòn, difendi il verdano dai riccioli d'or /
Espelli il negròn, inforca il terròn, e servi il tuo popolo con fulgido amor.’
Anche se sono del Gargano sogno di diventare verdano, mamma, asciugati le lacrime porto le mie natiche in fabbriche che non abbiamo. Mollami la mano, dico, mollami la mano, che da quando sono nato bramo lo stato verdano, no, non amo ciò che è sotto il mio meridiano, da piccolo odiavo l’inquilino del primo piano. Sul banco tracciavo linee di confine, di Raykard e Gullit niente figurine, bambini e bambine in cortile, io verde di bile col Monopoli mettevo in prigione le mie pedine. Bene, sto bene nel mio ruolo, volo, non sono solo, siamo uno stuolo. La Verdania chiama “All’armi!”, mi arruolo, con la mia divisa cetriolo io:
VOGLIO UNA VERDANIA SECESSIONISTA, CON UNA BANDIERA SECESSIONISTA / UNA FIDANZATA SECESSIONISTA CON CUI FARE L’AMORE SECESSIONISTA / UN APPARTEMENTO SECESSIONISTA CON ARREDAMENTO SECESSIONISTA / RACCOLTA DI RIFIUTI SECESSIONISTA, MA CHE COSA STA SUCCEDENDO?
‘Noi marcerem verso Roma ladrona perché chi va a Roma prende la poltrona.’
All’inizio quel tizio che s’attizza al comizio pare un alcolista alla festa di San Patrizio, parla da un orifizio sporco di pregiudizio, pubblico in prestito dal museo egizio. Ora capisco quanto aveva ragione, ora che sono soldato di stato senza meridione, ora che è finita la carta del cesso, ma fa lo stesso, tanto ci ho messo la costituzione. Ora che la mia ambizione è fare la pulizia, primaverile o etnica che sia, la farò, il manico ce l’ho duro perciò scoperò dove si può per il potere dell’ampolla nel Po. Il popolo verdano smania per la separazione dall’Italia che dilania. E se cade il muro in Germania chi se ne frega io lo innalzo in Verdania dato che…
VOGLIO UNA VERDANIA SECESSIONISTA, CON UN QUOTIDIANO SECESSIONISTA / UN TELEGIORNALE CON UN GIORNALISTA SECESSIONISTA / UNA PASSERELLA SECESSIONISTA CON UNA MODELLA SECESSIONISTA / SOGNO DI QUALUNQUE SECESSIONISTA, MA CHE COSA STA SUCCEDENDO
‘Conquisteremo la Rai lottizzata per sistemare i nostri direttori di testata.’
Io voglio diventare un verdano avvinazzato, sputare parlando un italiano stentato. Io, servitore di uno stato dove chi non è come me viene discriminato. Voglio sbandierare commosso un tricolore senza bianco, né rosso. Voglio lodare il deputato esaltato, che vuole l’immigrato umiliato e percosso . Voglio denigrare le prostitute, disinfettando i treni dove sono sedute. Questione di cute su cui non si discute sono puro come l’aria, tutta salute. Voglio giurare fedeltà al senatùr, voglio vendicare la mia Pearl Harbour. Roba da fare rivoltare nella tomba Gaetano Salvemini ed il conte di Cavour. Allora fate come me: Tutti in Verdania. Italiani: Tutti in Verdania. Ottomani: Tutti in Verdania. Venusiani: Tutti in Verdania. Andini e Atzechi: Tutti in Verdania. Kazachi ed Uzbechi: Tutti in Verdania. Arditi e Galati: Tutti in Verdania, dove si lavora si guadagna e si magna! VOGLIO UNA VERDANIA SECESSIONISTA, CON UNA BANDIERA SECESSIONISTA / UNA FIDANZATA SECESSIONISTA CON CUI FARE L’AMORE SECESSIONISTA / UN APPARTEMENTO SECESSIONISTA CON ARREDAMENTO SECESSIONISTA / RACCOLTA DI RIFIUTI SECESSIONISTA, MA CHE COSA STA SUCCEDENDO?
'Imbraccia il fucil, prepara il cannòn, difendi il verdano dai riccioli d'or /
Espelli il negròn, inforca il terròn / inforca il terròn / inforca il terròn / inforca il ...'

mercoledì 5 marzo 2008

L' inferno - seconda parte

Le catacombe di Porta Palazzo
INCHIESTA di LODOVICO POLETTO
Gli abusivi riparano auto, vendono pane e sigarette di contrabbando

Il meccanico in tuta verde se ne sta lì piegato sulla Punto dello stesso colore. Cofano aperto e mani che trafficano con chiavi a stella. Poi si alza, posa un pezzo sul marciapiede. Ne prende un altro dalle tasche della tuta sempre più unta e riabbassa la testa sul motore. Via Andreis, angolo via Noé è ancora Porta Palazzo. È la vecchia «Porta Pila», con le case un po’ sbrecciate e i negozi multietnici. Qui, lavorano i meccanici clandestini di Porta Palazzo. Ragazzi maghrebini che riparano le auto dei loro connazionali a prezzi da vera concorrenza rispetto ai meccanici ufficiali. Non ha insegne il meccanico che non c’è, ma ha una sede. Che poi è dentro un garage a due passi da lì. I ferri li hanno mesi dentro i cassetti di legno di una credenza Anni ‘70: pomelli di vero finto ottone e formica che riveste il truciolato. Eccoli qui i fantasmi di Porta Palazzo, gente normale, che s’inventa un lavoro e campa con quel poco che guadagna. Dribblando le leggi, pagando le multe quando li scoprono e riaprendo subito dopo l’attività. Sono meccanici, certo. Ma sono anche panettieri, che impastano e preparano il pane che la sera e la domenica verranno venduti in strada dagli abusivi. Un borsone di pane, una cassetta stracolma di mentuccia, assenzio ed altre spezie. La panetteria clandestina, però, non l’hanno mai trovata. E chi sa dov’è ben si guarda dal dirlo agli sconosciuti. I depositi dei pezzi di ricambio, invece, li hanno smantellati nel tempo i vigili urbani, facendo sequestrare vecchie auto - rottami - abbandonate lungo le strade. Se serviva un faro, o un pezzo di ricambio i meccanici che non esistono andavano lì, lo smontavano e lo piazzavano sull’automobile da riparare. Fantasmi che lavorano, in un limbo tra il legale e l’illegale. Fantasmi che sognano una vita onesta, ma poi si arrabattano con quello che c’è. Tra loro e i venditori di sigarette di contrabbando c’è una bella differenza, non c’è dubbio. Questi ultimi li trovi sotto l’orologio, all’ingresso del mercato alimentare coperto, mimetizzati tra la folla di chi va a comprare pesce e salumi dagli ambulanti con furgoni motorizzati. Arrivano verso le 10. Hanno zaini stracolmi di stecche di Marlboro rosse e Light: tre euro il pacchetto. Non si fanno sconti a nessuno, non si tratta su nulla: «Questo è il prezzo, se non ti va te ne vai». Sono romeni i nuovi contrabbandieri: il capo indossa un giubbottino di pelle marrone e un cappellino di lana. I suoi giannizzeri hanno piumini, zainetti e modi spicci. Hanno preso il posto dei napoletani e dei pugliesi degli Anni ‘70 e 80, hanno soppiantato gli storici Pollicino, Figuzza e Manuzza. Nomi indimenticabili per i fumatori che volevano risparmiare sulle sigarette d’importazione, ma anche per quelli della Guardia di Finanza che davano loro la caccia. Questi si chiamano Nicolae, Georghe, Dimitru: non fanno amicizia con nessuno. Vivono di diffidenza: qualche volta li hanno presi i carabinieri e i vigili urbani. Hanno sequestrato i tabacchi e li hanno multati. Altro non si poteva fare. A duecento metri da lì, dall’altro lato di corso Giulio Cesare ci sono gli altri fantasmi. Quelli più pericolosi, più infidi, più viscidi: i ricettatori. Se ne stanno tra l’edicola e l’inizio della rotatoria: sono italiani e stranieri. Comprano di tutto dai tossici che gravitano in zona: telefonini, borse, orologi e tanti gioielli. Qualche giorno fa i vigili urbani hanno arrestato un maghrebino che aveva appena scippato della catenina un turista, residente in Michigan. Quando lo hanno perquisito in tasca aveva altre sei collanine. Tutte frutto di rapine, tutte destinate ai ricettatori: quelli che adesso, con enorme nonchalance si voltano e a passi svelti, ma poi neanche più di tanto, si confondono con la folla. Tre secondi e si materializza il pattuglione interforze: polizia, carabinieri e vigili urbani che girano tutta Porta Palazzo, cercando di scoraggiare i malintenzionati. Con i ricettatori ci riescono, e bene. Perché il loro, si sa, è un mestiere a rischio e un tossico in astinenza farebbe di tutto per vendere il più rapidamente possibile il frutto del suo colpo. Sfiderebbe anche gli uomini in divisa, per farsi dare una manciata di banconote da spendere subito in eroina. I ricettatori preferiscono non rischiare, e se ne vanno, per un po’. Poi fintamente indifferenti, torneranno, resteranno lì fino al pomeriggio alle 3. Quando, per chissà quale strana ragione, cederanno il posto ai «cabò», i taxisti clandestini: nigeriani e senegalesi. Altri fantasmi, verrebbe da dire. La piazza non può farne a meno.

martedì 4 marzo 2008

L'inferno

Riporto per intero l'articolo apparso oggi su www.lastampa.it, nello spazio dedicato alla cronaca di Torino. È un articolo di Lodovico Poletto, e riguarda lo sfruttamento di giovani extracomunitari per lavori relativi al mercato di Porta Palazzo.
Vi consiglio di leggerlo fino in fondo, e di rifletterci, visto che poco fa abbiamo parlato anche di immigrazione...

4/3/2008 (8:55) - INCHIESTA di LODOVICO POLETTO

Le catacombe di Porta Palazzo

Nei sotterranei un lavoro da muli per 30 euro al giorno

TORINO
Meno male che non piove. Perché con la pioggia questo sì che sarebbe un lavoro da dannati. Su e giù dal palazzo sottoterra trainando dagli inferi alla piazza del mercato carretti che pesano come un’automobile e stracolmi di magliette, jeans, giacconi e cinture. «Meno male che non piove», lo dicono tutti, perché allora sarebbe tutto più difficile, e alla fatica fisica che fai per tirare e spingere i carretti, pesanti fino a 400 chili, dovresti anche aggiungere il rischio: la strada bagnata diventa un olio su cui potresti scivolare, cadere e farti travolgere dalla tua pena.

Ma questo non è l’inferno della Commedia, è soltanto Porta Palazzo. E non ci sono mostri che scoraggiano l’accesso con il loro oscuro «Pape Satàn aleppe». Qui, l’unico monito che viene a chi s’addentra nei trenta metri sottoterra del deposito del mercato, è quello di un cartello inchiodato a un uscio di legno: «L’affitto si paga prima del 10 di ogni mese». E non ci sono né Virgilio né il Sommo, o qualcuno che gli assomigli. Qui ci sono soltanto i dannati, ragazzi che sgobbano come matti per trenta euro al giorno. E per tre ore al mattino e tre al pomeriggio si spaccano la schiena nel trascinare i carretti degli ambulanti dal ricovero notturno alla piazza. E viceversa.

Quando ancora la notte è alta i ragazzi arrivano al loro inferno alla spicciolata: hanno vent’anni o poco di più. Indossano cappellini da baseball, felpe e scarpe da ginnastica. Sono maghrebini: gente che campa con i soldi che mette insieme con questo lavoro. Hanno facce assonnate e modi gentili, hanno muscoli duri come l’acciaio e una speranza: «trovarsi un altro lavoro, e magari che renda di più». Si ritrovano tutti lì, al 32 di via delle Orfane. Palazzo elegante: sei piani, balconi in ghisa, finestre incorniciate da stucchi e rilievi. Sotto il livello della strada ci sono altri quattro piani. Un tempo erano infernotti, ghiacciaie, stallaggi. «Ci vivevano pure» raccontano i vecchi. Da anni quelle cantine sono diventate ricovero dei carretti degli ambulanti di vestiti.

Quei mezzi - che il Comune ha censito e targato da tempo - alle cinque del mattino sono già tutti fuori dai ricoveri, tutti parcheggiati al primo piano sottoterra, sotto le volte a botte illuminate da debolissime luci al neon. Sembra un gigantesco ingorgo che come un serpente si stende nei corridoi, che si intreccia e torna su se stesso. E si ferma infine in un androne su cui si affacciano colonne vagamente pretenziose, testimoni di un’eleganza e di un tempo ormai passato. Adesso sì che c’è da faticare per portare tutti questi carretti in strada, percorrendo questa salita su cui già a piedi e senza carichi devi arrancare.

Poi, dal nulla, si materializza un «Ape 600», color bluette. Il rumore del motocarro che, dalla strada scende fin quaggiù si fa fortissimo, amplificato da questa cassa acustica di mattoni e pietre. Il vecchio Ape manovra, gira su se stesso e mette il muso verso l’uscita. Il ragazzo prende una corda agganciata al cassone, la stende, la passa attorno a una delle maniglie e grida: «Vai, vai, parti». Fuorigiri del motore, fumi di scarico che appestano l’aria. Il motocarro si muove, il ragazzo solleva con tutta la forza le maniglie del carretto e cammina veloce, nei due metri che separano il pianale dell’Ape dal carrettino.

Tre ore dura il lavoro: tempo di portare in piazza tutti quei veicoli a due ruote. Il tempo minimo necessario per parcheggiarli esattamente nelle piazzole assegnate ai proprietari. Attenzione, però: sbagliare di pochi metri, oppure di piazzola, è vietatissimo: il mercato andrebbe in tilt. E allora chi trascina e spinge deve sapere tutto, deve conoscere la piazza metro per metro: «Questo è lo spazio dei cinesi che vendono i jeans e quello è dei loro connazionali che hanno un banco di chincaglieria».

Alle sette i dannati dei carretti hannno già la faccia di chi non ne può più. Hanno marciato per chilometri, avanti e indietro dal loro inferno a piazza della Repubblica, hanno trascinato e spesso spinto pesi per tonnellate. Qualcuno si concede un caffè; un altro una sigaretta. Chiacchiere, però, se ne fanno poche: «Sono marocchino e lavoro qui da cinque anni. Questa è la mia vita».

Cinque minuti e la piazza chiama di nuovo. Gli ambulanti non sono arrivati tutti e i carretti in più devono essere riportati via. Stavolta, però, non c’è motocarro che tenga. Via delle Orfane è in discesa, l’ingresso del palazzo sotterraneo ha una pendenza da far paura. Adesso per riportare il carretto al suo posto devi trascinarlo. Anzi, no: devi tenerlo su dalle maniglie, appoggiare la schiena al contenitore e camminare puntando bene i piedi sull’asfalto per frenarne la corsa. «Meno male che non piove» dicono, ricordano incidenti capitati in passato. «Meno male che non piove - insistono - perché sarebbe tutto più difficile». (1/continua)